dagli atleti a chi fa sport
L’approccio all’atleta o a chi pratica sport deve necessariamente distinguersi da quello rivolto alle persone che utilizzano il proprio corpo per svolgere prevalentemente le attività quotidiane come il semplice camminare, attività che mette in moto la struttura muscoloscheletrica nella sua globalità.
Nell’atleta e nello sportivo, a seconda delle discipline praticate, vengono sollecitate alcune precise strutture osteomuscolari a causa della ripetizione ed enfatizzazione di movimenti specifici. Quindi si tratta di intervenire innanzitutto per bilanciare e riequilibrare le ripetute sollecitazioni a livello delle strutture coinvolte nel gesto specifico, lavorando nella direzione dell’ergonomia, della fluidità, della funzionalità del gesto atletico al fine di ottimizzare la prestazione, ridurre i rischi di infortunio, prevenire l’insorgenza di squilibri e patologie dolorose.
In primo luogo è fondamentale prendere atto di quali muscoli siano maggiormente coinvolti nel gesto per orientarsi verso un’organizzazione ergonomica di tutto il corpo in modo da ottenere il gesto migliore e più efficace.
Questo permette di prevenire eventuali stress che possono instaurarsi nel ripetere un determinato movimento che attiva specifici gruppi muscolari in modo esasperato in relazione alla disciplina sportiva praticata: sarà molto più probabile che un nuotatore manifesti problematiche a carico delle spalle e un calciatore le manifesti a carico delle caviglie piuttosto che il contrario, così come un giocatore di rugby potrebbe essere maggiormente soggetto a traumi rispetto a un tennista.
Pertanto, nei confronti di un atleta o di chi pratica regolarmente uno sport l’approccio e l’intervento possono essere riabilitativi, preventivi o addirittura educativi. Monitorare il gesto sportivo non solo fornisce informazioni su come agire per defaticare le zone coinvolte ma, in un contesto globale, permette anche di inquadrare come il corpo riesca a organizzarsi per l’esecuzione di quel determinato gesto: si tratta di andare alla conquista di un movimento in tutto e per tutto funzionale, nel rispetto dell’integrità della struttura, per ottenere una performance ottimale e al tempo stesso una riduzione dei rischi.
Nel praticare qualsiasi attività sportiva bisognerebbe tener conto del gesto specifico e peculiare, e considerare la coordinazione globale, in quanto la sollecitazione ripetuta di un distretto corporeo, soprattutto se disfunzionale e senza osservarne le interazioni con le altre parti del corpo apparentemente meno coinvolte, può aumentare considerevolmente i rischi di infortunio o l’insorgenza di patologie.
In questo caso, quando il primo campanello d’allarme è il dolore, si rischia di intervenire solo per sopprimere il sintomo eliminando il dolore in sé. Un intervento efficace, infatti, non si dovrà limitare alla soppressione del dolore riducendo la sollecitazione che lo genera a livello locale, bensì si orienterà a evitare che la situazione si ripresenti. L’aspetto “educativo” di questo approccio consiste, dunque, nel portare l’atleta a prendere consapevolezza dell’eventuale disfunzionalità presente nel gesto e, contemporaneamente, nel condurlo a “rimodellare” il gesto stesso intervenendo sul suo schema motorio con la finalità di modificarlo. In tal modo si agisce verso l’ottimizzazione del movimento, rendendolo funzionale sia rispetto alla performance, sia rispetto alla struttura psicofisica nella sua globalità.
Questo tipo di approccio implica il coinvolgimento delle facoltà percettive per approdare a un cambiamento nella coordinazione e richiede un vero e proprio progetto di intervento che mira a una prospettiva d’insieme.
In ogni caso sarà fondamentale almeno riconoscere l’importanza della prevenzione, come la mia esperienza personale col nuoto insegna, e intervenire per evitare che il dolore compaia, cosa utile a tutti ed essenziale per atleti e sportivi.
In tutte le discipline, soprattutto quando vengono praticate a un certo livello, è importante garantire un ribilanciamento globale che il gesto sportivo specifico e isolato non permette. Far lavorare le spalle 6 ore al giorno in acqua non è naturale per l’essere umano: si verifica una vera e propria ipersollecitazione, soprattutto perchè si opera contro resistenza indipendentemente dal fatto che essa sia dovuta semplicemente all’acqua o all’amplificazione del gesto agonistico per mezzo di attrezzi o manovre che aumentino ulteriormente la resistenza stessa col fine ultimo di incrementare la performance. Qualora anche si intervenisse per risolvere un sintomo in modo rapido, sarebbe opportuno defaticare, ribilanciare globalmente l’intera struttura e rimettere in assetto le parti direttamente coinvolte dal gesto ricollegandole in una relazione funzionale con quelle in apparenza non coinvolte direttamente. Un aspetto fondamentale dell’intervento consiste, quindi, nell’osservare connessioni e relazioni nel corpo anche laddove non compaiono.
A volte sia il recupero che l’incremento dell’efficacia del gesto atletico passano attraverso lo sperimentarsi dell’atleta in altre discipline che impongano l’uso del corpo in modo completamente differente. Espandere quella che potremmo definire “l’intelligenza gestuale”, stimolando e sollecitando la struttura fisica e, soprattutto, le connessioni neuronali attraverso l’apprendimento di altre discipline in movimento (come può essere ad esempio la danza per un nuotatore, l’aerobica per uno sciatore…), può facilitare l’apertura verso schemi nuovi al di fuori dei gesti e degli schemi ordinari. Questo genere di plasticità, che consente l’acquisizione di consapevolezza corporea in un altro contesto e ambiente, può amplificare e incrementare efficacemente la coordinazione aumentando, così, le capacità di adattamento dell’intera struttura. Anche in questo caso l’approccio mira a ri-educare l’atleta e lo sportivo a un uso consapevole e il più possibile completo delle proprie risorse per puntare al massimo rendimento.